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Febbraio 24, 2026
Commercio globale sotto stress
Il commercio internazionale è entrato in una fase strutturalmente più instabile. I dazi annunciati e poi rimodulati dall’amministrazione Trump, prima al 10%, poi al 15%, dopo la bocciatura della Corte Suprema statunitense, hanno riacceso tensioni che sembravano attenuate. L’Unione europea valuta contromisure e l’Italia, paese fortemente esposto all’export, torna a interrogarsi sui rischi per le proprie filiere produttive.
Eppure, come argomentato dal Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, nel suo intervento di sabato scorso all’Assiom Forex a Venezia, il 2025 ha riservato una sorpresa: nonostante i dazi, il commercio mondiale è cresciuto del 4%, più del PIL globale e ben oltre le attese. A spiegare questa resilienza concorrono dazi mediamente più bassi rispetto agli annunci iniziali, l’assenza di ritorsioni generalizzate e, soprattutto, il boom delle filiere legate all’intelligenza artificiale, che da sole spiegano oltre metà della crescita degli scambi. Inoltre, l’onere dei dazi, sottolinea Panetta, dopo una prima fase di assorbimento nei margini delle imprese, si è in parte trasferito sui consumatori statunitensi.
Su una linea analoga si colloca Confcommercio, che, con il Presidente Sangalli, mette in guardia dal rischio di trasformare il commercio internazionale in ostaggio di scelte unilaterali: l’incertezza danneggia soprattutto le imprese che competono sui mercati globali con qualità e correttezza, senza offrire soluzioni strutturali ai problemi di fondo.
Europa e Italia: crescita moderata e segnali di tenuta
Nel contesto europeo, il quadro congiunturale appare meno fragile di quanto spesso suggerisca il clima geopolitico. Secondo il nuovo Bollettino Economico della BCE, l’economia dell’area euro mostra una buona capacità di tenuta, sostenuta da un mercato del lavoro solido, bilanci privati relativamente robusti e dagli effetti delle precedenti riduzioni dei tassi. Restano elevate, tuttavia, le incertezze legate alle politiche commerciali globali e alle tensioni geopolitiche, che impongono una politica monetaria guidata dai dati, senza percorsi prestabiliti.
I dati PMI confermano questa lettura: l’HCOB Flash PMI composito dell’eurozona sale a 51,9, massimo degli ultimi tre mesi, con un miglioramento particolarmente evidente nel manifatturiero, che registra il ritmo di crescita più rapido da agosto.
In Italia, la congiuntura presenta luci e ombre. Confcommercio evidenzia segnali di consolidamento: dopo un 2025 chiuso oltre le attese, il 2026 si apre con una crescita contenuta ma positiva, sostenuta da consumi in lieve recupero e inflazione sotto controllo.
Confindustria, dal suo punto di osservazione, evidenzia una dinamica industriale ancora volatile, frenata da export debole, consumi fragili e costi energetici elevati, pur in presenza di un buon contributo degli investimenti legati al PNRR.
Inflazione, conti con l’estero e infrastrutture
Sul fronte dei prezzi, i dati ISTAT confermano un’inflazione all’1% a gennaio 2026, il livello più basso da fine 2024. L’inflazione di fondo si attesta all’1,7%, mentre il “carrello della spesa” cresce dell’1,9%, segnalando una pressione ancora percepibile sui beni di consumo quotidiano.
I conti con l’estero restano un punto di forza: secondo Banca d’Italia, nel 2025 il surplus di conto corrente ha raggiunto 27,4 miliardi di euro, pari all’1,2% del PIL. Anche a livello europeo, Eurostat registra un surplus commerciale dell’UE nel quarto trimestre 2025 pari a 28,4 miliardi.
La solidità degli scambi si riflette anche nelle infrastrutture: il trasporto merci su strada e ferrovia in Italia resta elevato, con oltre 1,1 miliardi di tonnellate movimentate su gomma e quasi 95 milioni su ferro nel 2024 (ISTAT), a conferma del ruolo logistico del paese.
Giovani, lavoro e demografia: il nodo strutturale
Se il ciclo economico regge, le fragilità strutturali restano profonde, soprattutto sul fronte demografico e occupazionale. Eurostat segnala che solo il 41,6% dei giovani italiani tra 15 e 34 anni con istruzione medio-alta trova un lavoro coerente con il proprio percorso di studi, registra uno dei valori più bassi in Europa.
A livello globale, The World Bank lancia un allarme di lungo periodo: nei prossimi 10–15 anni, 1,2 miliardi di giovani entreranno nel mercato del lavoro nei paesi in via di sviluppo, ma al ritmo attuale verranno creati solo 400 milioni di posti. Un divario destinato a produrre pressioni migratorie, instabilità sociale e nuove disuguaglianze.
In Italia, il quadro è aggravato dalle dinamiche territoriali. SVIMEZ, in collaborazione con Save the Children, documenta come, dal 2002 al 2024, quasi 350 mila laureati under 35 abbiano lasciato il Mezzogiorno, spogliandosi di giovani competenze qualificate, con una mobilità sempre più anticipata già al momento dell’iscrizione all’Università. E a margine, cresce anche la migrazione degli anziani verso il Centro-Nord, spesso per ragioni di cura e servizi o per ricongiungere le famiglie.
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